Album review of Eyes On The Highway by Storia Della Musica (in Italian)

Succede che per comporre un nuovo disco considerato cruciale per la propria carriera una band sia disposta a fare cose assai bizzarre. I Saybia rientrano tra queste band: i cinque danesi si sono auto-esiliati per due anni in un’isola in mezzo al Mar Baltico, con lunghe stagioni di buio, un mare freddo e di buono soltanto il pesce locale. L’intenzione era di superare l’impasse del loro secondo lavoro, “These Are The Days”, che nel 2004 aveva alquanto deluso dopo l’eccellente esordio di “The Second You Sleep” (2002). Esito: si sono presi una botta di freddo, hanno familiarizzato con il pescivendolo, ma la loro musica non ne è uscita granché rinvigorita.

La band cerca generosamente di recuperare le sonorità dell’esordio, nell’ambito di un pop rock estremamente melodico e dalle tinte incupite, una sorta di mix tra Coldplay, Travis, Embrace e i Muse più barocchi. Ne esce una gittata di pezzi mid-tempo alquanto crepuscolari, arrangiati spesso e volentieri in modo pomposo, con un utilizzo insistito di archi e pianoforte a caricare i passaggi più intensi. La cosa può qua e là funzionare, come nell’apertura di “On Her Behalf” o in “The Odds”, dall’attacco gallagheriano e dal prosieguo molto Embrace, tanto che anche i danesi, come il gruppo dei McNamara, hanno il loro punto di forza nella voce del cantante: Søren Huss dimostra ancora una volta di possedere qualità vocali non indifferenti, anche se spesso le getta alle ortiche in urla vagamente strazianti.

Per lo più, però, gli esiti di un pop rock così pacchiano sono un po’ fastidiosi, vuoi per eccesso di patetismo (“Angel”), vuoi per eccesso di pomposità goticheggiante (“Godspeed Into The Future”). Poche canzoni trovano melodie convincenti. Tra queste, la title track, “Romeo”, dalle decorazioni ancora molto teatrali, e “Gipsy”, con un piano assai Coldplay. Altrove la ricerca spasmodica di ritornelli memorabili si perde in ingarbugliamenti bizantini alla lunga stancanti o in encefalogrammi piatti (“At The End Of Blue”).

Peccato, perché si intravede in filigrana ciò che aveva reso originale il sound dei danesi, ossia quel tocco torvo e autunnale, bluastro e intimistico, glaciale e nordico, di soli che agonizzano e ampi orizzonti guardati dalla finestra. Tutte queste cose, ahiloro, sono rimaste nell’isola di Gotland, al largo della Svezia, dove i pescivendoli si ricordano ancora dei Saybia. Ma pochi altri lo faranno se i ragazzotti non si decidono a darsi una mossa. Intanto, continueranno a piacere alle ragazze dai capelli biondi e ai ragazzi neoromantici, che si perderanno estatici nelle campate ariose di un pezzo come “A Way Out”. A tutti gli altri consiglio, piuttosto, un viaggio a Gotland: se dite che siete fan dei Saybia potete anche sperare in uno sconto sul salmone..

Rating

3 out of 6

Author

Francesco Targhetta (Storia Della Musica)

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